BRUNO BARBIERI

L'eleganza del gusto

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Bruno Barbieri, chef pluristellato, personaggio televisivo, viaggiatore curioso, grande sperimentatore, ma soprattutto profondo conoscitore della moda maschile; insomma un vero “PLAYER”, al quale abbiamo dedicato la storia di copertina del numero 25 del magazine.

COME NASCE LA SUA PASSIONE PER LA MODA, ANCHE SE, NEL SUO CASO, SAREBBE PIÙ CORRETTO PARLARE DI STILE E GUSTO DELL’ ABBIGLIAMENTO?

Sono figlio di una sarta, mia madre Ornella è stata una grande sarta, per questo il mio legame con la moda è antico e molto profondo, perché fin da piccolo ho respirato il profumo dei tessuti ed ho visto la grande maestria che c’è dietro la realizzazione di un vestito. Potrei dire che è una sorta di imprinting.
Ricordo ancora i vestiti bellissimi che mia madre mi faceva a carnevale, dove vincevo sempre il primo premio nei vari concorsi. Tra i più memorabili ne ricordo uno da marhaja, veramente eccezionale.
Naturalmente ero invidiato dagli altri bambini che non avevano questa fortuna. Per la mia prima comunione mi fece un meraviglioso vestito nero, giacca e pantaloni corti, però io li volevo lunghi e con le forbici ci feci un gran taglio. Lei capì che stavo diventando grande e con pazienza mi realizzò un nuovo paio di pantaloni lunghi!

IL GUSTO PER L’ ABBIGLIAMENTO E PER LO STILE DA ALLORA LO HA SEMPRE ACCOMPAGNATO…

Sì, perché la cucina e la moda parlano lo stesso linguaggio: quello della materia prima, della passione, della creatività.
Credo che la ricerca che c’è nel mondo della moda e la ricerca che c’è nel mondo della cucina vadano di pari passo, nel senso che oggi nel mondo della moda si utilizzano dei prodotti che usiamo anche noi in cucina, come le spezie per colorare i tessuti, c’è tutta una serie di accorgimenti che possono essere declinati in entrambi i settori.
Poi io sono una persona curiosa ed eclettica. Ricordo che anni fa le divise dei cuochi erano molto standardizzate. Anche quando non ero così conosciuto avevo questa passione: alla fine degli Anni ‘80 andai in California, in Napa Valley, dove gli chef non si vestivano in modo classico, giacca bianca e pantaloni sale e pepe come in Italia. Io ho importato i pantaloni disegnati con la verdura e la frutta, le scarpe rosse …

Ritratto di BRUNO BARBIERI, credito Photo by @shirodri

QUALI SONO I SUOI PUNTI DI RIFERIMENTO STILISTICI, UN PERSONAGGIO DI UN FILM, UN’ EPOCA, UN PROTAGONISTA DI UN LIBRO, AL QUALE SI È ISPIRATO O CHE HA PRESO COME STIMOLO…

Sono un grande appassionato dello stile di stampo British, che coniuga personalità, stile e sobrietà. Penso che la sartoria maschile inglese abbia stabilito i canoni dell’abbigliamento per l’uomo elegante; vero grande punto di riferimento per l’eleganza in tutto il mondo, spesso presente persino nelle più moderne e stravaganti linee casual.
Come epoca storica guardo con grande interesse, per contaminazione e stravaganza gli anni ‘60/‘70, ma anche tutta quella parte da ‘dandy inglese’ anni ‘40/‘50.
Mi piace molto lo stile senza tempo dei grandi divi di Hollywood come Gary Cooper, Cary Grant, ma anche Charles Boyer e Robert Donat, che erano vestiti dai grandi sarti inglesi di Savile Row. Come film invece L’importanza di essere Ernesto, tratto dall’opera teatrale di Oscar Wilde, perché rappresenta l’eleganza impeccabile di un’epoca.

E POI C’È GABRIELE PASINI. COME HA SCELTO QUESTO STILISTA PER DARE FORMA AL SUO STILE, COSA HA DI SPECIALE E PERCHÉ LO RISPECCHIA COSÌ TANTO …

Conosco Gabriele Pasini da oltre 30 anni, da quando frequentavo il suo negozio a Modena, dove vendeva abiti da uomo ricercati, ma non troppo classici. Io ho sempre amato le sue cose, ma soprattutto ho amato la sua mano, la sua ricerca, il suo modo di pensare a quello che una persona può indossare, ormai lavoriamo da tanto tempo insieme. Mi piace molto il fatto che le sue mani creino delle provocazioni visive, però affondando le radici proprio nella migliore tradizione sartoriale di scuola napoletana, da cui ne ha sempre colto le linee eleganti ed il rigore, nonchè quella maestria che è diventata un marchio di fabbrica. Poi io sono un amante dei rever ampi, importanti e quelli di Gabriele Pasini lo sono in una maniera impeccabile. L’ampiezza dei rever di Pasini non sono provocatori, ma insieme alla spalla rilassata sono gli elementi costruttivi della giacca di una morbidezza incredibile. Poi siamo molti simili, perché entrambi ricerchiamo l’eccellenza fatta di rigore, creatività e carattere, io nelle mie creazioni culinarie e Gabriele nella sua estetica sartoriale che si evolve sempre senza perdere l’identità. Io sono un po’ eccentrico da sempre, dentro e fuori dalla cucina, dentro e fuori dal set e con Gabriele Pasini ci siamo da subito intesi alla perfezione, da buoni emiliano-romagnoli e siamo diventati grandi amici. Facciamo ricerca insieme per quanto riguarda i tessuti, per le camicie, che sono una delle mie passioni, negli
oggetti.

Un particolare dello stand Gabriele Pasini, durante Pitti Immagine UOMO, photo thePLAYERS Magazine

Un particolare dello stand Gabriele Pasini, durante Pitti Immagine UOMO, photo thePLAYERS Magazine

A PROPOSITO DI PASSIONI, COSA NON MANCA MAI NELLA SUA VALIGIA…

Io sono così, come mi si vede anche in televisione. Mi piacciono molto i vestiti colorati, scozzesi, rigati (sempre un po’ pazzi). Porto sempre con me dei panciotti, non mancano mai nei miei abbinamenti, ma anche da soli. Non manca mai una giacca sfoderata di lino e seta bianca, di taglio sartoriale, con revers larghissimi e una camicia taglio texano in jeans vissuto, ma anche una bella camicia bianca oppure a righe, poi t-shirt monocrome, da portare anche sotto ad una giacca, ovviamente dei jeans, e poi le scarpe stile oxford, stringate, mentre nei mesi più caldi, invece, il mocassino in pelle morbidissima anche lavato o customizzato, ad esempio come quelli che si usavano a Saint Tropez negli anni ‘60/‘70.
Mi piacciono molto gli accessori, sia come oggetto in se, sia come complemento che contraddistingue ed arricchisce il proprio look. Per esempio, trovo indispensabile un’ampia borsa dal taglio maschile per poter metterci dentro tutto quello che ti serve durante la giornata.
Oppure gli occhiali, sempre di marca Moscot, rossi, gialli, blu, perché mi piace abbinarli ai vestiti.
Poi ho i miei colori prediletti, come il blu nelle sue varie sfumature, tutte le tonalità ‘bruciate’, i toni del cioccolato, il color sabbia del deserto e, naturalmente, il bianco e il nero.
Discorso a parte devo fare per i tessuti, come dicevo prima crescendo in sartoria, li conosco ed ho i miei preferiti, come ad esempio il jersey, il cotone e il lino, ma anche il seersucker. Però più che un elenco delle cose che mi piacciono, e che sono molte, sono una persona libera dagli schemi e con l’abbigliamento mi diverto sempre, come quando indosso i mocassini a pieni nudi, senza calze, anche d’inverno, perché per me lo stile è vivere la vita in libertà, raccontando agli altri chi sei attraverso il lavoro, attraverso i tuoi pensieri, le tue idee e anche per mezzo dell’abbigliamento. Per avere stile ci vuole anche una giusta dose di coraggio. L’abbigliamento è coerenza e deve esprimere chi sei, guai non sentirsi bene, non sentirsi a proprio agio in un completo o in un abbinamento.
Quello che fai vedere agli altri, come ti vesti, deve rispecchiare come sei dentro, deve parlare e dire chi sei, con la tua sensibilità e la tua cultura, ma anche la storia di chi quell’abito lo ha creato, ed è forse anche per questo che gli abiti e le giacche di Gabriele Pasini mi rispecchiano così tanto, perché rappresentano la grande artigianalità della sartoria napoletana; lui è un maestro nella ricerca e cura del dettaglio, quasi in modo maniacale.

LEI È UN INSTANCABILE VIAGGIATORE, OGGI CHE TIPO DI CUCINA RICERCA, QUALE LE PIACE SCOPRIRE DURANTE I SUOI VIAGGI?

La gastronomia è contaminazione, viaggiare ed essere curiosi aiuta molto. La cucina di strada mi affascina molto, perché racchiude tutte le contaminazioni date dai viaggi, dalle culture di altri paesi, dal conoscere gente di altri luoghi, mi piace la cucina che si fa nei mercati con cotture della tradizione ed ingredienti anche semplici. Le cucine in giro per il mondo sono tutte bellissime e buonissime. Ognuna ha le proprie caratteristiche e leccornie: da quella peruviana fino a quella della Foresta Amazzonica, passando per l’israeliana e la francese. Ma quella che mi ha davvero colpito di più è la cucina libanese, un mix tra quella francese, inglese, italiana e araba: una meraviglia totale, creatasi grazie alle colonizzazioni del basso Mediterraneo. Credo proprio che non esista una cucina più buona dell’altra. Anche se c’è da dire che quella italiana racconta una bella storia.

GRAZIE PER QUESTA INTERESSANTE CHIACCHIERATA, PRIMA DI CONGEDARCI UN’ULTIMA DOMANDA, CHE FACCIAMO SPESSO AI NOSTRI ‘PLAYERS’, SE FOSSE UN SUPEREROE CHI LE PIACEREBBE ESSERE?

Più che un supereroe mi ha affascinato fin da bambino Diabolik, un po’ per le atmosfere uniche dei fumetti delle sorelle Giussani, con quei personaggi sempre molto eleganti ed impeccabili, un po’ perché ho sempre invidiato i suoi gadget e poi mi ha sempre affascinato per questo suo essere diverso, fuori dal coro, un antieroe.

di Simone Gismondi

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