FABIO ATTANASIO. Eleganza di veste eleganza di pensiero.

“Un narratore di storie legate all’ artigianato e all’eleganza classica maschile”, così si definisce Fabio Attanasio, penna autorevole della sartoria e dell’artigianato di qualità, ambasciatore di uno stile senza tempo, che rifugge le tendenze per celebrare un’eleganza solida e discreta. Eleganza di veste che si sostanzia in eleganza di pensiero. Fabio non è soltanto un uomo ben vestito e di buone maniere che ha fondato The Bespoke Dudes Eyewear, marchio di successo di occhiali fatti a mano. Conversando, non ho colto in lui nessuna impostazione, nessuna voglia di apparire o di stupire, piuttosto ho sentita chiara l’eco di una profonda cultura, che non è sfoggio nozionistico ma conoscenza. Costruita tra le botteghe artigiane dei vicoli di Napoli, respirata nelle camicerie d’altri tempi, cercata tra gli orologi di famiglia e nello stile del padre avvocato. Un uomo d’altri tempi si direbbe, eppure Fabio è fortemente contemporaneo. La sua storia inizia sul web, con un racconto online dedicato al bespoke tailoring e alle eccellenze artigiane che diventa un business internazionale. thePLAYERS lo ha intervistato a pochi giorni dal lancio del servizio Made to Order, con cui personalizzare il proprio occhiale fatto a mano.

Le regole del tuo stile: quali sono i tuoi sempre, quali i tuoi mai?

Il mio sempre è l’adeguatezza. Un concetto che credo oggi si sia perso. Il mio stile si basa sul sentirmi sempre adeguato alla situazione in cui mi trovo. Non penso che si debba indossare sempre la cravatta o che un abito sia sempre la scelta giusta, mentre sono convinto che l’adeguatezza passi dal conoscere i principi dell’eleganza classica. Parlo di principi e non di regole, perché i principi sono interpretabili, sono meno rigidi delle regole e lasciano spazio alle variazioni personali. E lì si vede il buon gusto. I miei mai sono sicuramente i bermuda e le infradito in città, il calzino corto che sbuca dal pantalone e mette a nudo la gamba, l’abbinare due blu o due grigi di gradazioni diverse.

Cos’è per te l’eleganza? E la volgarità?

L’eleganza ha molto a che fare con l’adeguatezza, ma è di più. È quando la propria natura, la propria attitudine, il modo di comportarsi, il ruolo che si riveste nella vita professionale e in ambito sociale convergono nel creare un insieme coerente, bello, esteticamente piacevole. Quella per me è l’eleganza. Che non trovo in persone magari impeccabili nel vestire ma i cui comportamenti tradiscono una ineleganza di fondo, oppure in persone che non riescono a tradurre nel loro aspetto esteriore una grande sensibilità d’animo. Per contro, la volgarità è il voler vivere senza regole, il voler apparire sfacciatamente al di sopra di esse. La volgarità è il rivendicare gli eccessi, che non sono altro che un’assoluta mancanza di sottofondo, di sostanza, quando in realtà la vera ribellione è conformarsi alla regola comune, interpretandola. Mi piacerebbe che alcuni modi ormai di un’altra epoca tornassero a essere la regola comune.

Qual è l’accessorio must have di questa stagione estiva?

Il nostro occhiale Twill, che presentiamo proprio in questa edizione di Pitti Uomo. Ispirato all’omonimo tessuto, è un modello realizzato in corno di bufalo indiano. Un materiale naturale, bellissimo e raro. Un accessorio particolare, capace di distinguere chi lo indossa.

Napoli è la città dove sei nato: quanto c’è della passione e dell’inventiva partenopee nel tuo modo di essere e di creare? E in cosa ti senti di appartenere a Milano, tua città d’adozione?

Io sono un napoletano orgoglioso di esserlo, custodisco la mia città nell’animo ma sono ‘contento’ di averla lasciata. Napoli resta in me per il modo con cui approccio alla vita e vedo il mondo. Napoli è nel non vedere tutto o bianco o nero, ma capire e rispettare le sfumature. Napoli è nella mia creatività, nella mia capacità di adattarmi al cambiamento e muovermi rapidamente fiutando le opportunità. Milano è la concretezza: mi ha dato la possibilità di avere quello che ho adesso, un’azienda di occhiali partita da zero che ha trovato lì il terreno fertile dove nascere. Vivo da

ormai 12 anni a Milano, una città ricettiva e aperta all’Europa. Napoli e Milano, una dualità che è per me fondamentale.

Le aziende che producono artigianalmente in Italia sono ancora un modello d’eccellenza? Quanto contano nel panorama internazionale?

Per il nostro marchio contano moltissimo, soprattutto all’estero. Penso che il Made in Italy sia più riconosciuto, apprezzato e ricercato dagli stranieri piuttosto che dagli italiani. Per The Bespoke Dudes Eyewear l’artigianalità è alla base della produzione e dell’intera comunicazione: abbiamo deciso di investire in Italia e su piccole realtà produttive a carattere artigianale piuttosto che sui bigger brand del settore, per una questione di coerenza, per rispondere con occhiali unici alle esigenze di una nicchia di mercato legata al mondo del fatto a mano, del su misura.

Come nasce The Bespoke Dudes Eyewear?

Il brand è l’evoluzione imprenditoriale del mio progetto editoriale The Bespoke Dudes, un blog dedicato al bespoke tailoring e alle eccellenze artigiane. Cinque anni fa, quando ho capito che la community legata al TBD fosse ‘pronta’ per un prodotto su misura inedito, io e il mio socio Andrea Viganò siamo entrati in una piccola bottega artigianale a conduzione familiare in Cadore per chiedere di realizzare 12 paia di occhiali, adesso ne produciamo 10mila all’anno. È stata una scommessa, fatta nel momento giusto: la crisi economica aveva falciato le realtà del settore, molte avevano chiuso e quelle che stavano resistendo stavano comunque soffrendo. Noi avevamo un’intuizione, loro le mani per realizzarla e una produzione ai minimi, pochi anni prima forse non avremmo avuto la stessa risposta.

Cosa rende unico un paio di occhiali TBD Eyewear?

Il ‘fatto a mano’ che nel nostro caso si traduce in dettagli chefanno la differenza. Le nostrecerniere, ad esempio, sonomontate e strette a mano da un artigiano e non termosaldate da una macchina. Garantiamo così una cura e una durabilità non altrimenti raggiungibili. La meniscatura (la curvatura del frontale della mascherina, ndr.) è realizzata daun artigiano che riscalda l’acetato e lo mette in forma. La burattatura (levigatura e lucidatura delle mascherine, ndr.) avviene in botti di legno di cedro, al cui interno la pietra pomice e legno di cedro levigano le mascherine dopo che sono state tagliate con il laser. Un artigiano di 84 anni mette infine in asse una ad una le astine degli occhiali che ogni giorno escono dalla bottega. Sono componenti della produzione realizzate ‘come si faceva una volta’ a rendere unici i nostri occhiali.

In quattro anni il tuo TBD Eyewear è cresciuto in modo vertiginoso: come immagini il marchio tra dieci anni?

Il consolidamento offline è tra gli obiettivi futuri, insieme a una maggiore presenza in Italia. L’apertura a maggio del pop-up store in via Vigevano a Milano è stata una grande soddisfazione: per alcuni dei nostri seguaci online è stata la ‘prova’ che esistiamo e siamo bravi davvero (Fabio sorride ironicamente, ndr.). Oggi l’Inghilterra è il nostro primo mercato online, insieme a Stati Uniti, Germania, Francia e Nord Europa. TBD Eyewear è ben distribuito nel sud est asiatico, in Thailandia, Giappone, Corea: il nostro futuro è nel continuare a crescere e soprattutto nel ‘conquistare’ l’Italia, il paese che rappresenta il DNA del nostro marchio.

Quali sono i personaggi, i luoghi, le storie a cui ti ispiri per creare i tuoi occhiali?

Diciamo che tutto può essermi d’ispirazione, come le atmosfere del mio ultimo viaggio in Marocco, a Marrakesh, ma i miei riferimenti restano i protagonisti del classico maschile, uomini dall’eleganza sussurrata e discreta, come Marcello Mastroianni, Totò, Vittorio de Sica.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere un percorso professionale come il tuo, trasformando una passione in un mestiere?

Di capire bene quale sia la sua passione e concentrarsi su quella. Io ho iniziato a scrivere per raccontare di qualcosa che mi appassionava e mi incuriosiva, non per diventare qualcuno, un influencer come si dice oggi.

La mia passione era così forte e la mia voglia di farlo così vera che poco a poco ho costruito intorno alla mia passione una comunità di persone reali, fino poi a trasformarla nel mio lavoro. Se non c’è una coerenza tra quel che sei e quel di cui ti fai ‘testimonial’, se non ci sono contenuti, se non hai nulla da dire, io non credo che si riescano a raggiungere grandi risultati, almeno non nel lungo periodo. Noto anche una certa stanchezza delle azienderispetto al fenomeno influencer: un eccesso di personaggi e una carenza di identità.

di Marta Coccoluto

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