Gianni Agnelli un secolo da protagonista !

Nel centenario della nascita un'intramontabile icona di stile fuori dalle mode.

Cento anni dalla nascita di Gianni Agnelli. Figura simbolo del capitalismo italiano, il ‘padrone’ per antonomasia, Montanelli scrisse di lui che era insuperabile «nell’arte di servirsi degli uomini».

Icona di stile e di eleganza – in doppiopetto di flanella grigia, in principe di Galles, con la cravatta larga, spesso portata fuori dai pullover, le camicie button-down con le vele sbottonate, solo bianche o azzurre, l’orologio sul polsino, il denim, le scarpe scamosciate sotto ai completi, le polo in cotone piqué – fu una straordinaria incarnazione del Made in Italy.

Bellissimo, di grande fascino, ebbe decine di donne – prese, lasciate, riprese, senza sentimentalismi – restando tutta la vita accanto a Marella Caracciolo di Castagneto, sposata nel 1953, perché «Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare» e dopotutto «Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente assieme».

Il nonno da cui prese il nome – per tutti semplicemente «Il Senatore» – tracciò il destino di questo giovane alto borghese irrequieto e trasgressivo, facendone il proprio erede naturale. Dopo la scomparsa del padre nel 1935, «Il Senatore» lo tolse alla potestà genitoriale della madre, plasmandone la figura di leader d’impresa.

Al viaggio di formazione negli Stati Uniti, seguì la guerra. Gianni Agnelli fu sottotenente del Regio Esercito sui fronti russo e tunisino, da cui il nonno lo sottrasse per un soffio prima della resa italiana agli angloamericani. Nel 1943 si laureò in Giurisprudenza, nel 1945 scomparvero il nonno Gianni e la madre Virginia: l’uomo che diventerà per tutti «l’Avvocato» è ormai l’erede delle fortune familiari.

Nel 1946 inaugurò una stagione dorata nei luoghi di ritrovo dell’alta società internazionale, occupando le cronache mondane accanto a celebrità e personaggi importanti. I Kennedy, Truman Capote, Henry Kissinger, Nelson Rockefeller, Enrico Cuccia, André Meyer, solo per citarne alcuni. Furono anni leggeri e sfavillanti, sopra le righe, dagli amori burrascosi, ma decisivi per tessere quella rete di rapporti e sodalizi internazionali che lo favorì quando assunse su di sé le maggiori responsabilità.

Presidente della FIAT, nella Torino operaia attraversata dagli scioperi, dalle tensioni sociali, dal terrorismo, e della Juventus, dal 1947 al 1954, restando tifoso tutta la vita. Le collezioni d’arte contemporanea, la Ferrari, gli sport spericolati, l’editoria. Dalla sua passione per le barche a vela nacque il sogno italiano di Azzurra. L’ironia tagliente, il pensiero moderno, gli eccessi accanto al rigore.

«Ci sono tre tempi: il tempo della forza, il tempo del privilegio, il tempo della vanità. Per me conta solo il primo. Voglio che gli altri due non esistano». È passato un secolo, non sono certo mancati privilegi e vanità, ma il molto rumore è sovrastato dall’eco della forza di un uomo indimenticabile.

di Marta Coccoluto

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